Quei giorni di agosto in città

Ricordai agosto, quelle sere lunghe e attonite in cui ci lasciavamo morire sotto il peso dell’ora,
con i vestiti appiccicati al corpo per il sudore,
mentre sentivamo fuori il ronzio insistente e sordo dell’ora che mai trascorreva.

(cit: Gabriel Garcia Marquez)

In questi giorni mi capita spesso di tornare con il pensiero ai mesi estivi (sarà questo primo freddo che mi fa desiderare il mare?). E parlando di atmosfere estive, questa volta vorrei per qualche istante portarvi con me, a ritroso nel tempo, per recuperare il suono dei passi nelle vie deserte di un agosto di tanti anni fa.

Come tante famiglie degli anni 60/70 anche la mia non sempre poteva permettersi un periodo di villeggiatura, men che meno in agosto. Per diversi anni, grazie alle scuole che iniziavano ai primi di ottobre, le nostre vacanze estive erano dei meravigliosi periodi di settembre trascorsi in Puglia a casa dei nonni.

Agosto a casa dunque. A ripensarci oggi sembra incredibile che nella mia città negli anni settanta ci fosse un unico supermercato (in periferia) e che in agosto i negozi fossero tutti rigorosamente chiusi per ferie; chi per dieci, chi per quindici, chi per venti giorni! Per estreme e comprovate emergenze c’era l’autogrill in autostrada che offriva qualche genere alimentare e altri più o meno necessari.

‘’Sembra quand’ero all’oratorio con tanto sole, tanti anni fa quelle domeniche da solo in un cortile, a passeggiar‘’ (A. Celentano)

Ho nitido il ricordo dei miei passi nelle strade deserte del quartiere mentre nel primo pomeriggio m’incamminavo verso l’oratorio (che per fortuna non chiudeva quasi mai) dove potevo trascorrere qualche ora, trovare un ghiacciolo alla menta (che poi immancabilmente mi faceva venire sete) e incontrare pochi altri coetanei rimasti in città; qualche strimpellata di chitarra o due calci al pallone (è noto che alle tre del pomeriggio di agosto le condizioni climatiche sono le migliori, ma ai quindicenni questo non interessa).

Il traffico non era quello di oggi e durante l’estate praticamente spariva riconsegnando la città alle poche persone rimaste. Nessun problema ad attraversare le strade, il mio cagnolone che poteva trotterellare vicino a me senza guinzaglio, non c’erano e neppure s’immaginavano smartphone, telefonini, lettori cd e cuffiette. Solo il rumore dei passi.

Il suono e il ritmo dei passi sono vere e proprie caratteristiche personali che, ascoltate senza il disturbo di altri rumori, ci raccontano molto della personalità e dello stato d’animo di chi li spende per il mondo; anche senza vedere chi li cammina è possibile immaginare un bambino o un anziano, un incedere nervoso o rilassato, la fretta o l’incertezza di una persona, qualcuno che scappa o un altro che viene incontro, il procedere armonizzato degli innamorati abbracciati e le pause che rivelano un abbraccio o un bacio.

Ma sapete come sono i pensieri, si concatenano e corrono avanti verso nuove scene e ricordi. Così le strade vuote e silenziose di un lontano agosto mi riportano alla mente anche la mia moto; niente di speciale ma faceva un bellissimo, vietatissimo, amatissimo casino che nel silenzio pomeridiano di agosto era ancora più prepotente e si prendeva tutta la scena!

Il rumore dei passi (prima delle magiche suole di gomma ipertecnologica), il rombo delle motociclette (prima dell’avvento di scooter e marmitte speciali), il rimbombare delle pallonate nel campo di asfalto dell’oratorio semi-vuoto (prima che anche il calcio amatoriale diventasse uno sport da fighi con campi di erba vera o sintetica). Rumori e suoni se non perduti, certamente desueti, che arredavano il vuoto cittadino del silenzioso agosto.

Ecco allora quello che manca di più e mi riempie la mente, è proprio il silenzio di quelle settimane di agosto che io cercavo di attraversare indenne. Quel silenzio così denso di caldo e di aspettative, che riconquistava ogni strada, piazza e cortile riempiendoli di uno stato di attesa sonnacchiosa.

A cercare di capirlo bene credo che non fosse solo un silenzio per ferie, era come se il silenzio originale del creato volesse riprendersi il suo spazio creando le condizioni per recuperare e gustare uno stile di vita migliore.

In quelle settimane le amicizie si rafforzavano per via della distanza o della convivenza cittadina, si scrivevano belle lettere (proprio lettere di carta e inchiostro, con buste e francobolli) all’innamorata/o in villeggiatura, si faceva incetta di gettoni telefonici per far durare un minuto in più la fortuna di una rara telefonata. E si contavano i giorni che mancavano al ritorno degli amici in città.

Nelle prime settimane di agosto era sempre molto caldo e le persone più grandi aspettavano, tra ventagli e ventilatori, un poco di refrigerio ripetendo “Si sa, al primo temporale di agosto dalle nostre parti l’estate è finita!”. Adesso che sono io ad essere già “grande” il pensare alla fine dell’estate mi mette ugualmente la stessa malinconica tristezza.

Penso però che qualcosa di vicino al silenzio di agosto si può tuttora percepire (Menière permettendo) quando all’alba la città ancora si stropiccia gli occhi e, soprattutto d’estate, l’unica risposta al suono dei nostri passi solitari è il canto del risveglio dei passerotti e delle rondini.

Tutto questo ripensare al rumore dei passi, agli anni che corrono, alle strade da percorrere, al desiderio di un sano silenzio, mi fa riflettere sull’importanza per me di essere attento al mio andare per il mondo. Il ritmo dei miei stessi passi è come un continuo dialogare, in alfabeto Morse, con il cuore e l’animo.

Se rallento troppo, per pigrizia o stanchezza, resto indietro e manco agli appuntamenti che la vita propone. Se invece accelero rischio, per ingordigia o ansia, di non percepire o non dare il giusto interesse ai passi delle altre persone e alle occasioni.

E … un istante, un incontro, una situazione non vengono mai offerti una seconda volta; altri simili forse, ma quelli no. Quelli sono unici.

Vincenzo

2 commenti
  1. Sonia
    Sonia dice:

    Bellissimo il tuo racconto Vincenzo. Ho respirato emozioni e ricordi… la nostra infanzia ed adolescenza l’abbiamo vissuta in un periodo in cui non c’erano troppe “distrazioni”….e forse riuscivamo a non perderci il senso di tante situazioni che oggi non si ripropongono più….perché siamo troppo distratti….

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *