31 Ottobre, piove! Pioverà anche a Berlino, forse!
Il cielo è cupo che più cupo difficilmente l’ho visto. Prenderò lo stesso quell’aereo, non c’è un altro modo. Come sempre mi assale quel filo d’ansia che non riesco a zittire.

Mi chiedo: perché scelgo sempre novembre per andare a Berlino? Un giorno ci tornerò d’estate per vedere se è davvero così grigia come la conosco io. O forse in pieno autunno perché dicono che i colori degli alberi in autunno sono meravigliosi.

Altre città rendono la loro bellezza in foto, ma Berlino a mio parere non è proprio bella e quindi difficilmente le fotografie renderanno tutto il suo fascino. Bisogna andarci a Berlino per coglierne l’essenza e respirare la sua atmosfera, perché sì, è certamente una di quelle città che ti restano addosso e difficilmente si dimenticano.

Non è la prima volta che ci vado e ogni volta la trovo cambiata, ma la sua essenza resta, quel suo continuo rinnovarsi. Berlino è sempre in evoluzione e non si ferma mai.

Non è una città alla moda, ma è sempre all’avanguardia. Lo era nei primi anni del ‘900 con i suoi caffè letterari, dove sono passate le più grandi menti del secolo. Lo era ai tempi della guerra fredda e del muro, con la sua musica e la sua moda alternativa. Lo è oggi con i suoi grattacieli tutte vetrate e le mille luci di una città moderna che non è rimasta seduta sulla propria storia eppure ne è impregnata.

Poeti, scrittori, registi, cantanti, artisti di ogni genere negli anni sono passati da Berlino, qualcuno ci è rimasto per sempre, qualcuno ci ritorna, perché la ami o la odi, Berlino ti regala sempre qualcosa, che sia un’emozione, un’ispirazione, una ferita, la memoria di una storia recentissima e una grande voglia di futuro.

Si racconta che Lucio Dalla un giorno che era a Berlino si sia seduto davanti al muro e che proprio lì abbia partorito una delle sue canzoni più belle: “Futura”.

C’è un detto tedesco che recita più o meno così: “Tu sei pazzo figlio mio, tu devi andare a Berlino! Dove stanno i pazzi, quello è il tuo posto!”.

Giovane, diversa, rivoluzionaria, elettrica, sempre in movimento, questi sono solo alcuni degli appellativi con cui definiscono Berlino. È la più scomposta delle città tedesche che conosco ed è enorme. Quando cominci a girarla a piedi capisci quanto è grande.

96 quartieri divisi in 12 distretti, tutti con una propria personalissima anima. 24mila passi era la media giornaliera delle nostre “passeggiate”. Non l’avrei mai saputo con questa precisione se i miei amici non avessero avuto l’orologio contapassi super moderno, ma se anche non lo avessi saputo così precisamente i miei muscoli e i miei piedi se ne sarebbero accorti lo stesso e anche la mia testa e le mie orecchie, ve lo assicuro.

Eppure ero felice. Si, sorridevo di una gioia interna difficile da condividere perché ho imparato che camminare e camminare tanto non è poi così scontato soprattutto se piove e il cielo è grigio e cupo come lo era agli inizi di novembre. Insomma non era facile, ma ce l’ho fatta.

È stata una vittoria? No. Preferisco dire che era uno dei miei “Momenti di trascurabile felicità”. Come dice Francesco Piccolo nel suo omonimo libro: “è un po’ come girare la testa di lato, di scatto, quando si balla un ballo latino”. Credo che capiate bene cosa intendo.

Se ogni città, ogni cultura può insegnare qualcosa credo che Berlino insegni che si può fare, a guardare al futuro in modo positivo, a non sedersi sulla propria storia, a raccogliere i pezzi e nonostante le ferite, andare sempre avanti e non fermarsi mai.

Grazie sempre Berlino per la tua energia e la tua spinta verso il domani e grazie a voi che siete arrivati a leggere fin qui.

Stefania Buonomo

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