Io ho le cicale nelle orecchie

Alzi la mano chi di voi non ha mai provato l’acufene!

A quale suono si avvicina di più?

Ebbene sì, è arrivato il momento di affrontare la questione di questo fastidioso compagno che ci tormenta nella quotidianità, alcuni giorni in lontananza, altri così “addosso” da mandarci al manicomio.

Era da tempo che volevo parlarne ma non riuscivo a trovare il modo giusto di farlo finché un compagno di redazione e nostro ammico, mi ha suggerito e messa in contatto con una persona assolutamente perfetta per rispondere alle mie domande (perfetta sia dal punto di vista professionale che umano, essendo stata da subito estremamente gentile e disponibile): la dottoressa Alessandra Fioretti.

Ed ecco quello che ci siamo dette!

M:“Molto spesso, parlando di acufeni con altri malati, mi rendo conto che ne esistono davvero moltissime tipologie. Io ad esempio alterno un leggero fischio lontano (simile quasi al suono delle cicale) al battito del mio cuore. Ma c’è chi sente un fruscio, chi il mare ecc. Da cosa dipende questa variabilità di “suoni?”

D:Tipicamente ogni paziente riferisce di percepire l’acufene come un suono di intensità e frequenza variabile o costante nell’arco della giornata. Questo significa ad esempio che qualcuno si sveglia con un acufene di volume molto alto al mattino e nel corso della giornata tende a ridursi di intensità. In altri casi invece l’acufene è presente durante tutta la giornata ma non viene percepito come invadente dalla persona perché “coperto” dai suoni ambientali e la notte, nel silenzio diventa invece molto fastidioso e responsabile anche di insonnia. Anche la frequenza, ovvero il tipo di suono, è molto variabile. In chi percepisce un fischio o sibilo costante spesso si evidenzia, attraverso un’acufenometria (misurazione della frequenza e dell’intensità dell’acufene eseguita con la stessa strumentazione necessaria per fare un esame audiometrico) la corrispondenza tra la frequenza dell’acufene, ad esempio 6.000 Hz e una perdita uditiva più accentuata su quella specifica frequenza. Alcuni pazienti percepiscono anche tre tipi differenti di acufeni, in quei casi eseguire un’acufenometria è piuttosto difficile. Nei pazienti con m. di Menière è più frequente riscontrare acufeni a bassa frequenza ma, anche in questi casi, le tipologie sono molto variabili in base alle fasi della malattia e al tipo di perdita uditiva. L’acufene pulsante invece riconosce principalmente cause vascolari, muscolari o tubariche. Quindi la grande variabilità di suoni percepiti riflette la stessa variabilità di sottotipi di acufeni legata agli altri disturbi presenti nel paziente come ad esempio perdita uditiva, vertigini, ipertensione arteriosa, disturbi endocrini, vertigini, disfunzioni tubariche, disturbi dell’articolazione temporo-mandibilare e cervicali, anomalie vascolari, ecc.

M:“Quali opzioni abbiamo per rendere questo fastidio più sopportabile, specialmente per chi ne soffre in modo invalidante o quasi ?”

D:Oggi, secondo le recenti linee guida europee pubblicate nel 2019 dal gruppo di ricerca COST TINNET alle quali ho contribuito, per il trattamento dell’acufene invalidante o scompensato è indicato l’invio ad un centro specializzato multidisciplinare.

Sempre secondo le linee guida, per l’acufene fastidioso cronico, presente cioè da più di sei mesi, vengono raccomandati la terapia cognitivo-comportamentale, l’apparecchio acustico in caso di perdita uditiva documentata e l’informazione corretta e completa del paziente. Non sono invece raccomandati i farmaci, gli integratori e le varie terapie sonore o di supporto (stimolazione magnetica transcranica, stimolazione del nervo vago, neurofeedback, ecc.) perché non raggiungono livelli di evidenza elevati in termini di efficacia e/o sicurezza.

Se coesistono forme di ansia, depressione e insonnia scompensati possono essere invece trattate farmacologicamente. In caso di ipoacusia grave/sordità, anche monolaterale, stanno emergendo risultati molto efficaci sull’acufene con l’impianto cocleare.

M:“Pensa che a livello di ricerca siano stati fatti passi avanti per migliorare la
condizione di chi convive con gli acufeni?”

D:La ricerca sull’acufene va avanti nonostante i finanziamenti siano molto inferiori a quelli per altre patologie come ad esempio il diabete. Le difficoltà nella comprensione dei meccanismi di innesco e mantenimento dell’acufene sono anche dovute alle differenze tra i risultati degli studi nell’animale e nell’uomo.

I limiti degli studi effettuati finora nell’uomo sono inoltre gravati da selezione di campioni piccoli di pazienti quindi poco significativi, assenza di gruppi di controllo, mancata caratterizzazione dei diversi sottotipi di pazienti con acufeni, utilizzo di criteri di valutazione dell’acufene differenti da Paese a Paese.

Per ovviare a queste carenze, a livello europeo è stata istituita la Scuola Europea per la Ricerca Interdisciplinare sull’acufene (ESIT), per formare nuovi ricercatori sull’acufene attraverso un percorso formativo multidisciplinare predisposto dai ricercatori più esperti delle diverse discipline.

E tu, quale acufene sei?

Mimi

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