Suoni perduti

(ovvero: desiderare per qualche minuto di essere di nuovo figli)

In questi ultimi giorni mi capita di ripassare con il pensiero dalle parti del cuore dove è accomodato da tempo e per sempre mio padre.  Il tempo che passa, si sa, è un po’ carogna e corre sempre troppo veloce, al punto che alcuni ricordi sembrano tremolanti come scene osservate di qua dalle vampe di calore di un grande falò. Ma alcuni ricordi, di quelli che ognuno porta cari con sé, sono collegati a profumi, colori o suoni che li caratterizzano, quasi sempre, gradevolmente. Vi sono rumori e suoni che, a me, riportano in mente gesti, abitudini e peculiarità delle mie radici, già così lontane.

Ve ne propongo qualcuno, come semplice spunto, divertendomi a frugare nella memoria; chissà che le mie parole possano invogliare o aiutare chi legge a far tornare alla mente qualche bel ricordo.

Mi è successo di vedere in un mercatino dell’antiquariato un banco pieno di telefoni molto vecchi. Ecco che il pensiero è corso al telefono nero di bachelite e soprattutto al suono di ritorno del disco combinatore con il quale si componevano i numeri. Non si poteva fare un numero di telefono senza farsi beccare!

Per molto tempo, tenere lontani “dall’apparecchio” noi figli (quattro) è stata una bella grana per i miei genitori, soprattutto via via che noi, uno dopo l’altro, cascavamo rumorosamente nell’adolescenza.

Fino a che, un bel giorno, sul disco del telefono (nel frattempo evoluto al colore grigio topo, il modello “bigrigio”) è comparso un lucchetto che non permetteva di utilizzarlo. Addio suono del disco combinatore, addio chiacchierate sottovoce con amici e fidanzatini …

Come adesso certamente mio padre sa bene, qualche trucco però esisteva e noi, del tutto “casualmente”, lo avevamo imparato. Forse, però, lo sapeva anche allora perché le bollette del telefono arrivavano puntuali; silenziosissime finché restavano chiuse ma una volta aperte producevano un rumore assordante di voci scandalizzate e minacciose.

Un altro suono perduto che mi riporta immediatamente all’infanzia è quello del proiettore dei filmini super8 che mio padre aveva il piacere di girare in occasione di piccole gite o vacanze. Ancora adesso, grazie a questa sua passione, possiamo rivederci come eravamo allora, ancora “intatti” e sinceramente felici!

… ma il DVD su cui ho raccolto tutti i filmati non ha quel rumore tipico di pellicola Super8 che si mescolava con le risate dei bambini, le proteste della nonna che scopriva di essere stata ripresa a sua insaputa ma in fondo era contenta, e l’odore non troppo rassicurante della lampada del proiettore che scaldava.

E che dire del fischio sottile con cui mio padre ci richiamava quando ci allontanavamo; non mi piaceva per niente ma capisco che essendo in quattro, per chiamarci tutti ci voleva troppo tempo. Ironia della sorte, il mio acufene è quasi identico a quel benedetto fischio. Penso: “ma insomma, perché richiami sempre me?!”

Un altro bel suono perduto nel tempo è quello della chiave che gira per caricare l’orologio da muro. Un compito rigorosamente svolto all’alba da mio padre che in qualche modo sanciva aperte le attività della giornata. Questo rumore che è perduto nella sua essenza affettuosa, io l’ho recuperato e posso in parte goderne ancora (Menière a parte) con tutto il suo carico di memoria; infatti, l’orologio a muro di mio papà fa bella mostra di sé a casa mia in studio.

Insieme al rumore della carica dell’orologio da muro ricordo anche il gorgogliare fiero del primo caffè del mattino accompagnato dal girare del cucchiaino a mescolare lo zucchero; qui anche l’aroma che si diffonde gioca una parte da protagonista, unitamente alla voce gentile di mio padre che, facendo il giro delle stanze da letto, ci chiamava uno per uno portando ad ognuno il caffè del risveglio.

Infine un altro suono che allora sembrava magico, legato ancora ai ricordi di bambino e all’immagine di mio padre. Nelle giornate natalizie il primo suono del mattino che si diffondeva per la casa erano le note di “Tu scendi dalle stelle”, di un vinile a 45 giri che gracchiava su un vetusto giradischi. Ci svegliavamo con un battito speciale dei nostri cuori bambini coccolati da una dolce aria natalizia.  Anch’io, nel mio tempo, ho fatto la stessa cosa per i miei ragazzi, certamente non con la stessa eleganza e gentilezza.

Ecco raccontati alcuni dei suoni perduti nel tempo che caratterizzano il ricordo mio padre, uomo di grandi silenzi, poche parole e tanta generosità. Come vorrei risentirli con la stessa ingenuità e semplicità!!!

Perché da ragazzi non vediamo l’ora di essere adulti e indipendenti ma quando poi lo diventiamo, davvero e irrimediabilmente, allora vorremmo avere una porticina segreta per tornare a essere ogni tanto e per qualche minuto semplicemente figli.

Di alcuni di questi suoni si può sicuramente scrivere molto ancora e, spero, altri amici potranno segnalare altre curiosità ed episodi o raccontare qualche bella cronaca di famiglia.

Vincenzo

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